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Sostenibilità dei dispositivi elettronici (Green day CHI)

L’industria elettronica ha una responsabilità crescente nella produzione di rifiuti tossici e difficili da smaltire. Non solo c’è poca attenzione verso la pericolosità dei materiali impiegati e verso la definizione di un ciclo di vita del prodotto che tenga conto dell’ambiente dalla nascita fino allo smantellamento finale, ma vengono addirittura intenzionalmente pianificate strategie di design irresponsabili. Ad esempio, sta prendendo piede la tendenza da parte di alcune aziende a progettare dispositivi elettronici (cardiofrequenzimetri per l’attività sportiva, termometri digitali per misurare la febbre, tag RFID attivi, giocattoli…) che non permettono all’utente di cambiare le batterie, costringendolo così a buttare tutto una volta che la batteria si scarica, nonostante il dispositivo sia ancora nella condizione di funzionare perfettamente.

Una delle sessioni (denominata Green Day) della giornata di oggi a CHI 2008  e’ stata dedicata al design sostenibile ed alla percezione della sostenibilita’ da parte degli utenti. Secondo i dati dell’EPA (l’ente statunitense per la protezione dell’ambiente), i soli consumatori statunitensi buttano via 2 milioni di tonnellate di dispositivi elettronici ogni anno (e-waste). E anche quando i consumatori più responsabili si preoccupano di non gettarli nella spazzatura, ma farli ritirare per una migliore gestione ambientale, non c’è garanzia di raggiungere l’obbiettivo desiderato, come testimoniano montagne di e-waste accumulate in discariche improvvisate dei paesi con leggi ambientali meno severe, bruciate grossolanamente o fatte a pezzi a mano, senza nessuna considerazione per gli effetti sulla salute di tale operazione, da persone incaricate di recuperare i componenti utili. Un altro dato preoccupante è che una gran parte dell’e-waste (l’EPA stima il 75% di ciò che viene acquistato) è per ora conservata nelle case dei consumatori, che tendono ad accumulare in armadi e soffitte i dispositivi non più utilizzati. E questa è destinata a rivelarsi una bomba a tempo che prima o poi provocherà un’ulteriore aumento dei rifiuti elettronici gettati via.

Per capire meglio i comportamenti e le attitudini degli utenti nei confronti di queste tematiche, Kristin Hanks con un gruppo di colleghi dell’Università dell’Indiana ha studiato più di 400 studenti tra i 18 ed i 21 anni appartenenti alla cosiddetta Net generation, quella di chi ha interagito con la tecnologia fin dalla nascita, responsabile più di altre della produzione di e-waste. I risultati della ricerca, presentati oggi pomeriggio a CHI 2008, non sono incoraggianti e parlano di una generazione non molto preoccupata delle problematiche ambientali. E anche nella minoranza che si dichiara preoccupata per l’ambiente, ciò non si traduce comunque in cambiamenti di comportamento significativi rispetto agli altri. Per quanto riguarda i prodotti elettronici, a differenza di automobili o biciclette o elettrodomestici, la tendenza è a volerli acquistare sempre nuovi, anche per gli studenti di minor reddito, complice un atteggiamento dei produttori che, con alcuni prodotti come i computer, cercano di renderli (o comunque farli sembrare) obsoleti nel giro di pochi mesi. Inoltre, emerge una forte tendenza a voler cambiare i prodotti elettronici anche molto prima che il cambio sia funzionalmente giustificato. Il telefonino è un caso particolarmente emblematico: un terzo dei ragazzi (età media: 19,7 anni) aveva già posseduto da 4 a 8 telefonini. Anche a livello di desideri, il telefonino è emerso come il dispositivo più ambito da cambiare: l’unico con una frequenza di sostituzione desiderata paragonabile a quella degli accessori di moda e vestiario. E quando viene acquistato un nuovo telefonino, il comportamento prevalente è di non preoccuparsi del precedente, che finisce ammassato insieme agli altri. Solo una minoranza lo regala a qualche conoscente o ad associazioni di volontariato perché venga riusato, oppure si preoccupa di farlo ritirare.

Da questi ed altri comportamenti classificati dall’indagine, gli autori hanno derivato una lista di sfide per il design di prodotti elettronici. Fra esse, progettare dei dispositivi che possano essere attraenti anche per chi li usa di seconda o terza mano, nuove idee per la gestione dell’energia quali dei monitor che rilevano la presenza di persone davanti allo schermo e vanno in standby se non c’è nessuno, design di prodotto che si prestino più facilmente al riuso modulare di parti per procedere con upgrade invece che sostituzioni totali, modelli di impresa che promuovano gli oggetti di seconda mano come oggetti di status, programmi di scambio dei dispositivi, programmi di certificazione del design “verde”, dispositivi e software che creano consapevolezza nell’utente su come devono essere usati in modo più responsabile, ad esempio l’esperimento in corso all’Oberlin College dove gli studenti possono vedere in real-time via Web (http://www.oberlin.edu/dormenergy/) quanta corrente ed acqua stanno consumando con i propri comportamenti.

Per ulteriori approfondimenti, ho fatto alcune domande agli autori della ricerca e trovate le risposte in questo post.

 © 2008, Il Sole 24 Ore. Web report from CHI 2008.

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