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Neuropsicologia del “Mi Piace”: umani o topolini digitali?

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In questi giorni, ha guadagnato una qualche popolarità di stampa la notizia dello studio di neuroscienze condotto su utenti di social network ed apparso su Psychological Science. Tale studio ha mostrato come il ricevere dei “Mi Piace” sui social vada ad attivare nell’utente una parte del cervello (nucleus accumbens) che appartiene ai circuiti della ricompensa. Dato che il campione di utenti studiato era composto da adolescenti, i commenti si sono però spostati sul classico tema del “come proteggere i più giovani dai pericoli della rete”.

Il fatto che ricevere un “Mi piace” sia uno stimolo che ci gratifica (e lo sappiamo anche senza farci fare una risonanza magnetica al cervello) ha invece delle conseguenze che coinvolgono tutti, a prescindere da quale sia la nostra età.  Ogni volta che un nostro comportamento (in questo caso, condividere qualcosa sul nostro profilo social) può avere un esito per noi piacevole (ricevere molti “mi piace” dai nostri amici e follower) o non piacevole (essere ignorati, ricevendo zero o giù di lì “mi piace”), ci troviamo in una situazione che innesca un meccanismo di condizionamento operante, un processo che può portare a modifiche del nostro comportamento non necessariamente decise da noi in modo consapevole.

Le nostre condivisioni alle quali fa seguito un gratificante gruzzolo di “mi piace” ricevono un rinforzo positivo, mentre quelle per le quali tale piacevole effetto è assente o scarso ricevono un rinforzo negativo.  Sin dai tempi dei topolini di laboratorio di B.F. Skinner, si sa che il rinforzo positivo aumenta la probabilità di far ripetere il comportamento associato, mentre il rinforzo negativo la diminuisce. Quindi, le scelte di cosa condivideremo sui social in futuro vengono plasmate dai nostri amici e da completi sconosciuti che possono fare click sul fatidico “mi piace”.

La potenza del meccanismo è rafforzata dal contesto sociale mediato dal computer, molto più complesso e sottile dello zuccherino dato all’animale da laboratorio. Abbiamo la sensazione che all’altra persona sul social piaccia ciò che scriviamo o, ancor di più, che le piacciamo noi. In una relazione faccia a faccia, sarebbe difficile provare questa sensazione senza ricevere prima una serie di chiari segnali dallo sguardo, dall’espressione facciale, dai toni della voce, dalla postura e dalla vicinanza anche fisica che l’interlocutore manifesta nei nostri confronti. Nell’interazione mediata, prendiamo invece per buona una notifica di un software “A Mario piace il tuo post”, anche quando è completamente illusoria, perché magari chi è dall’altra parte ci ha elargito svogliatamente un click solo come reazione alla foto che abbiamo condiviso (di un cucciolo, di una celebrità, di un panorama,…) e non ha letto una sola parola dei nostri personali pensieri scritti accanto ad essa.

Un ulteriore ma non meno importante fattore che contribuisce a mascherare il rischio di trovarci dentro una Skinner box del XXI secolo è la situazione di pressione temporale e sovraccarico informativo a cui siamo sottoposti in rete. Come ho avuto modo di descrivere in una precedente occasione, l’effetto di questa situazione è di farci reagire con comportamenti automatici, senza il tempo e le risorse cognitive necessarie per un ragionamento profondo su quello che ci accade. Tradotto nel caso dei “mi piace”, una spinta automatica a conformarci ai rinforzi positivi dei “mi piace” inviatici da amici, da sconosciuti o anche da algoritmi inanimati (quando un “mi piace” arriva da uno sconosciuto, come possiamo sapere che non si tratta di un profilo fasullo controllato da qualche tecnologia persuasiva?). Ed una spinta automatica a far estinguere quelle condivisioni per le quali non ci è giunto un numero sufficiente di “mi piace”, anche se magari sono proprio quelle le condivisioni che rappresentano più autenticamente chi siamo.

Alla lista di decisioni individuali per vivere in rete consapevolmente, è quindi utile aggiungerne una su che specie animale vogliamo essere nell’ecosistema digitale. Umani o topolini?

© 2016 Luca Chittaro, Nòva  – Il Sole 24 Ore