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Oltre l’information overload: effetti dell’eccesso di informazioni sulle persone

Sappiamo tutti che il numero di informazioni a nostra disposizione cresce vertiginosamente. E abbiamo probabilmente gia’ visto il termine information overload. Ma ci sono dei rischi piu’ sottili legati al sovraccarico informativo di cui non siamo altrettanto consapevoli.

Riusciamo a capire facilmente che l’information overload e’ un problema perche’ ne percepiamo in modo cosciente gli effetti nella vita quotidiana: abbiamo un obbiettivo da raggiungere (ad esempio, vogliamo approfondire un argomento che ci interessa per il quale il motore di ricerca restituisce 50000 pagine che sembrano pertinenti) e l’essere sopraffatti da troppe informazioni che lo riguardano ci rende stressati, confusi, inefficaci, disorientati,…
Sperimentiamo sulla nostra pelle l’information overload con i motori di ricerca, ma anche con altri strumenti tecnologici (v. ad esempio la discussione di qualche tempo fa riguardo a Twitter). Le pagine Web in italiano che parlano di information overload sono ad oggi piu’ di diecimila (quindi ironicamente l’information overload fa da ostacolo ad una miglior comprensione dell’information overload).

Quello di cui non si parla molto sono invece le conseguenze piu’ subdole delle situazioni di sovraccarico informativo che viviamo, quelle  che non riusciamo a percepire in modo cosciente. Una molto importante e’ il cosiddetto confirmation bias (soltanto un centinaio di pagine Web in italiano ad oggi lo nominano e non sempre in modo preciso). James Reason, una delle massime autorita’ sul tema dell’errore umano, descrive il confirmation bias come la tendenza a rimanere legati ad un’idea che ci siamo fatti sulla base di informazioni preliminari, anche quando evidenze successive contraddicono quell’idea iniziale. Questa nostra tendenza naturale viene esacerbata da situazioni oggi frequenti, quali un elevato numero di informazioni da gestire, la mancanza di tempo, lo stress,…

Immaginiamo una persona che fa una ricerca su Web per capire cosa fare di fronte ad un problema di salute. Scrive il nome della patologia e gli viene restituito un numero di risultati mostruoso (ad esempio, considerando soltanto le pagine in italiano, siamo ad oggi a 4’890’000 per cancro, 1’870’000 per infarto, 1’340’000 per diabete e se passiamo all’Inglese schizziamo a 210’000’000 per cancro e cosi’ via…). Il nostro utente esamina in dettaglio i primi risultati della ricerca. Alcuni gli sembrano scritti bene, chiari, sensati. Essi contribuiranno a formare l’idea iniziale. Poi provera’ ad andare avanti con risultati successivi e, man mano che si addentrera’ in quella mole di informazioni, iniziera’ a tenersi piu’ strette le idee iniziali e a notare facilmente soprattutto le informazioni che le confermano. Le informazioni che le contraddicono, per quanto numerose o autorevoli, diventeranno piu’ difficili da considerare.

Questa e’ una ragione in piu’ per essere nei primi risultati della prima pagina sui motori di ricerca. Non e’ solo una questione di visibilita’. Non e’ solo una questione di utenti che non proseguono oltre a quella prima pagina. Se i primi risultati presentano prodotti/consigli/idee (non importa se vere o false) in un modo facilmente assimilabile dall’utente, aumentano la probabilita’ che il fenomeno naturale del confirmation bias scatti a loro favore e l’utente che continua a leggere le pagine successive dia meno peso all’evidenza negativa (anche imponente) che puo’ contraddire il quadro iniziale.

Negli studi dell’interazione uomo-macchina, l’importanza del confirmation bias emerse prepotentemente sin dagli anni ’80 quando si effettuarono approfondite sperimentazioni sugli operatori delle centrali atomiche. In questi esperimenti, gli operatori utilizzavano normali pannelli di controllo della centrale e svolgevano i loro turni secondo i normali ritmi e procedure, ma i pannelli erano controllati da un computer che simulava gli effetti di avarie al reattore. I risultati delle ricerche mostrarono che, una volta generata un’ipotesi iniziale sbagliata sull’avaria, solo nel 34% dei casi gli operatori riuscivano poi ad uscire dalla trappola del confirmation bias (e stiamo parlando di personale specificamente addestrato a gestire queste situazioni). Nella maggioranza dei casi, proseguivano imperterriti per ore a cercare di correggere la loro avaria immaginata, nonostante i pannelli fornissero anche informazioni che contraddicevano quella convinzione. Poi, al cambio di turno, accadeva qualcosa che sembrava magico: i nuovi operatori entravano e capivano subito il vero problema. Il motivo e’ semplice: essi non erano prigionieri del confirmation bias e si trovavano di fronte ad una situazione dove gli effetti del guasto erano diventati talmente macroscopici che, per una mente spoglia da ipotesi errate, era facile identificarlo.

Certo, i pannelli di controllo su cui operiamo ogni giorno non sono quelli di una centrale nucleare, ma ci conviene comunque tener bene presente la tematica del confirmation bias per non essere inconsapevolmente fuorviati dagli strumenti apparentemente innocui che usiamo.