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La Morte mediata dal Computer

Candele

Nel fare ricerca scientifica, una parte del proprio tempo va dedicata a reperire gli articoli più aggiornati sul tema su cui si sta lavorando. Molto spesso, li si trova direttamente sulla pagina web personale del ricercatore che li ha scritti, quindi compiere un tour delle pagine personali di chi lavora su un certo tema è una delle attività utili a rimanere aggiornati.

In uno di questi recenti viaggi in rete, mi è capitato di trovarne non una, ma due diverse, da cui si apprendeva dell'improvvisa morte della persona, ancora nel pieno della sua attivita' scientifica. L’evento in sé non è strano, dato che sul pianeta Terra muoiono circa 57 milioni di persone all'anno. Quel che è strano è la sensazione che lascia apprenderlo dalla pagina web personale che invece rimane lì intatta e disponibile come se niente fosse cambiato.

Espando il discorso e racconto di alcuni cambiamenti che la rete ha causato nelle relazioni fra ricercatori (con cui poi cercherò di spiegare la stranezza della sensazione) e che sono destinati a diffondersi a tutti gli ambiti dove viene abbracciata con convinzione la comunicazione mediata dal calcolatore (CMC), riducendo drasticamente quella faccia a faccia.  Prima del passaggio massiccio alla CMC, era più frequente conoscere colleghi attraverso contatto diretto alle conferenze, attraverso visite di approfondimento e periodi di studio nei reciproci laboratori o periodi di collaborazione dove incontrarsi era un elemento essenziale. Queste abitudini non sono scomparse, ma la rete ha introdotto una lunga serie di comode opportunità: ad ogni istante possiamo avere accesso a tutti i nuovi articoli scritti dai ricercatori che ci interessano in tutto il mondo, possiamo parlar con loro a costo zero via e-mail o Skype, possiamo scambiarci quantità enormi di dati sperimentali via internet, portare avanti la scrittura di articoli e progetti in remoto grazie ad opportuni software di lavoro collaborativo,…  Insomma, alla fine il viaggiare fisicamente appare sempre più  nella sua scarsa convenienza, sia temporale che economica. E in ogni caso anche quando ci si reca ad un congresso internazionale, colpisce vedere che è cambiato qualcosa: una buona parte dei partecipanti sono presenti con il corpo, ma con la testa sono ancora nei luoghi d’origine: continuano a fare con i propri computer portatili collegati alla rete le stesse cose che farebbero a casa propria o nel proprio ufficio e sono spesso cosi' assorbiti da queste attivita' da non prestare piu' attenzione all'ambiente circostante.

Volendo riassumere gli effetti di questa interazione mediata dai computer con i colleghi del resto del mondo, si potrebbe dire che più come persone in carne ed ossa, si finisce per percepirli come sorgenti di informazioni. Producono flussi di dati e stimoli che ci raggiungono in bit via Web, ci fanno venire idee, ci influenzano e ci fanno progredire ad una velocità che l’umanità non ha mai conosciuto prima. Ma sono flussi incorporei e senza età, pura e sola informazione. Sembra quasi illogico che possano essere fermati da un incidente stradale, una malattia o altri eventi nefasti tipici degli esseri in carne ed ossa. Così quando ci arriva la notizia (sempre attraverso la rete ovviamente) che un flusso è terminato, è più difficile accettarlo di quanto fosse nel mondo fisico. La sorgente di informazione non sembrava manifestare caratteristiche di mortalità ed il fatto che rimanga perfettamente attiva ed accessibile su Web anche dopo l’evento nefasto contribuisce a mantenere viva questa sensazione.

La conclusione di queste riflessioni non va verso il rinunciare alla CMC e ritornare ai vecchi metodi di lavoro: se per assurdo spegnessimo la rete, la ricerca scientifica verrebbe azzoppata nella sua capacità di progredire. Il tema da approfondire sono le interfacce con cui ci relazioniamo con gli altri attraverso il computer: da un lato esse tolgono corporeità alle relazioni che abbiamo nella vita (ma di questo ho già parlato a lungo in altre occasioni ed è un tema oggetto di ricerche), dall’altro non contemplano proprio la possibilità di morte. E su questo secondo aspetto il dibattito è iniziato da pochissimo nella comunità dell’Interazione Uomo-Macchina (d’altra parte è inevitabile: la disciplina è nata negli anni ’80 e quindi è adesso che si iniziano a contare in modo più visibile le perdite; finora interfacce e rappresentazioni mediate delle persone sono state progettate come se gli utenti fossero eterni).

Visto il bisogno di inventarsi nuove parole chiave, c’è chi ha già provato a buttare la' il termine thanatosensitive interfaces (interfacce sensibili alla morte). In attesa di vedere cosa faranno queste future generazioni di interfacce, la rete si arrabatta come puo' e propone i primi tentativi empirici per introdurre nel ciclo di vita delle pagine web delle persone anche funzionalità da attivare al momento della morte. Un semplice esempio diffuso soprattutto nel mondo anglossassone è costituito da versioni digitali on-line di quei libri cartacei dove in alcuni funerali i partecipanti possono lasciare un messaggio. Se volete vedere il sistema (proposto da Legacy.com) in cui mi sono imbattuto nei due casi citati in apertura, li trovate a questo link e quest’altro link.

© 2010  Luca
Chittaro, Nova100 – Il Sole 24 Ore
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