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Paura di volare: le cause nascoste

Guardando le statistiche del sito, ho notato che il pezzo
di qualche tempo fa sulla paura di volare
è uno dei più letti fra quelli che ho realizzato. Non c’è
da stupirsi, considerato il gran numero di italiani per cui volare è
un’esperienza negativa o che addirittura rinunciano all’uso dell’aereo anche se
sarebbe loro necessario. Particolarmente emblematico in tal senso il caso del
ministro Bondi che, come ci racconta il Messaggero, usa da anni la nave
per far visita a moglie e figlio che vivono negli Stati Uniti.
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Sono quindi certo di fare cosa gradita a molti lettori
nell’approfondire il tema, intervistando uno dei più noti esperti italiani
sull’argomento: Luca Evangelisti (v. foto a sinistra), psicologo,
psicoterapeuta, da più di vent’anni impegnato nel trattamento dei disturbi
d’ansia, autore del libro “Mai più paura di volare” per Kowalski-Feltrinelli e
responsabile in Alitalia di “Voglia di Volare”, il programma che aiuta i
passeggeri a superare la paura dell’aereo. In questa prima chiacchierata (a cui ne segue una seconda), cerchiamo di capire i meccanismi e le cause
profonde della paura del volo.

Della paura di volare si lamentano persone delle più diverse età,
estrazione sociale e culturale. Ma cos’è esattamente. Come la possiamo
definire?

“La paura di volare – tecnicamente
aerofobia – è un fenomeno molto più ampio di quanto si possa immaginare.
In Italia, la percentuale di coloro che hanno un cattivo rapporto con l’aereo è
del 53,5% (fonte DOXA) e le stime sono sostanzialmente analoghe in altri paesi
nel mondo. Tale paura determina un profondo disagio che si esprime attraverso
diverse manifestazioni ed intensità che possono variare da una leggera
tensione, avvertita soltanto in alcune fasi del volo, fino ad un’angoscia
talmente profonda ed incontrollabile che finisce per compromettere il rapporto
con l’aereo e far sì che moltissime persone rinuncino definitivamente a volare
e organizzino la loro vita sulla base di questa decisione, con tutte le
limitazioni personali e professionali che da essa ne derivano. Sotto il profilo
tecnico l’aerofobia è,
appunto, una fobia, cioè
un’ansia molto intensa, non realistica e sproporzionata rispetto al reale grado
di pericolo, che si avverte soltanto in alcune situazioni specifiche o verso
determinati oggetti (ad esempio: ragni, parlare in pubblico, luoghi chiusi o
elevati, ecc.). Le fobie appartengono alla grande famiglia dei disturbi d’ansia
ed i sintomi possono essere molto vari: aumento di alcuni parametri fisiologici
(frequenza cardiaca, sudorazione, ritmo respiratorio, pressione arteriosa),
contrazioni muscolari, un’accentuata sensazione di confusione mentale,
sudorazione intensa, vertigini, tremori, improvvisi sbalzi di temperatura,
timore di poter perdere il controllo, cefalea, dolori addominali. E tutti
questi sintomi possono essere avvertiti in aereo od anche al solo pensiero di
volare.”

L’aerofobia si manifesta in
modo analogo in tutte le persone?

“L’ansia ha una spiccata
componente di carattere individuale in quanto deriva dall’interpretazione personale che ognuno di noi attribuisce a
specifici episodi della propria vita. La stessa identica situazione può essere
etichettata in maniera positiva o negativa da persone diverse che, sulla base
di differenti aspettative, possono coglierne alcuni aspetti piuttosto che
altri. Per tale motivo, nella definizione più generale di aerofobia rientrano
manifestazioni il cui grado di oscillazione è molto ampio. I sintomi possono
essere completamente differenti, alcune persone possono provare disagio dopo un
volo ritenuto ‘a rischio’ (durante il quale, magari, c’è stata solo un po’ di
turbolenza), altre possono addirittura aver paura dell’aereo senza aver mai
volato. Alcune persone possono sentirsi più serene volando su aerei grandi,
altre su piccoli aeroplani da turismo sedute accanto al pilota. 
C’è chi avverte una maggiore
tensione durante il decollo, chi, al contrario apprezza solo questa fase del
volo. C’è chi è molto più preoccupato del fatto che l’aereo possa avere un
inconveniente tecnico ed andare incontro ad una sorte infausta (persone che,
nel mio libro identifico come caratteri azzurri) e chi è fiducioso verso
il mezzo tecnologico tanto da essere certo che sarà trasportato in estrema
sicurezza dal punto A al punto B, ma con altrettanta certezza sarà sicuro che lui, durante il viaggio, starà
malissimo (sono quelli che definisco i caratteri gialli). Insomma, i
margini di espressione variano moltissimo a livello individuale.”

Esiste un particolare tipo di personalità all’origine della paura di
volare?
 
“L’aerofobia è l’espressione di
un carattere di tipo ansioso. Ogni fobia lo è. Chi ha paura di volare, proprio
sulla base di un atteggiamento ansioso, altera la percezione del rischio,
finendo per scambiare segnali innocui (magari il viso imbronciato di un
assistente di volo o gli stessi rumori prodotti dal normale funzionamento
dell’aereo) per indicazioni certe di pericolo. Questo, molto spesso, accade non
soltanto per quanto riguarda l’aeromobile, ma, più in generale, per molte
vicende della propria vita. Chi ha paura di volare, frequentemente, evidenzia
anche un’avversione fobica per altri luoghi o situazioni (ascensori, tunnel,
funivie, relazioni sociali) proprio a causa di uno scenario di fondo della
propria vita che è contraddistinto da sentimenti riconducibili all’ansia e che finiscono
per dipingere di nero ogni tipo di interazione e di situazione con la quale ci
si confronta. Diceva Sofocle che ‘chi ha paura non fa che sentire fruscii
ovunque’. E molto spesso, l’ansia provoca atteggiamenti che, invece di
risolvere la situazione, tendono a peggiorarla e, in alcuni casi, addirittura a
cronicizzarla. Chi soffre di aerofobia, ad esempio, adotta comportamenti
finalizzati, nelle intenzioni, ad un
maggiore controllo della situazione che reputa ‘a rischio’ con il risultato di
monitorare continuamente una serie di variabili che, non solo non gli sono
assolutamente utili per rasserenarlo, ma ‘ingolfano’ la mente con informazioni
che non è in grado di decodificare e… l’ansia peggiora in maniera esponenziale.
Ad esempio, molte persone prima del volo passano in rassegna decine e decine di
siti internet di previsioni meteo per conoscere quali saranno le condizioni
climatiche che troveranno nell’aeroporto di partenza, in quello di destinazione
e durante la rotta. Altri sono costantemente concentrati su ogni piccolo rumore
che è possibile avvertire a bordo (riduzioni di potenza dei motori, parti
mobili dell’ala, suoni provocati dagli assistenti di volo). Altri ancora conoscono a memoria le
statistiche degli inconvenienti per ciascun tipo di aeromobile, incluso,
naturalmente, quello sul quale si apprestano a salire…”

Persone che volavano senza problemi possono diventare improvvisamente
paurose dopo un particolare evento della loro vita, come la nascita di un
figlio o l’aumento di responsabilità lavorative, che non ha relazione con gli
aerei. C’è una spiegazione per questi fatti apparentemente misteriosi?

“Certamente! E non c’è nulla di
misterioso. Spesso ripeto che ‘la paura di volare è nella mente, non
sull’aereo’: l’intento è quello di sottolineare che l’aereo è soltanto un
recipiente, è il vaso di Pandora all’interno del quale stipiamo ansie ed
angosce che abbiamo maturato a seguito
di eventi certamente non di carattere aeronautico. In più del 95% dei casi,
infatti, nei tre anni antecedenti l’insorgenza della paura di volare, le
persone avevano vissuto un evento particolarmente stressante. Come hai ben
detto, l’evento non deve necessariamente avere una connotazione negativa,
perchè la caratteristica più importante è quella di comportare la necessità di
un cambiamento, di un nuovo adattamento. E la nascita di un figlio,
l’assunzione di nuove responsabilità professionali, non meno dell’abbandono da
parte del proprio partner o la perdita di un caro, sicuramente ci costringono a
cercare nuovi equilibri e nuovi adattamenti. Ma lasciare una posizione di
stabile equilibrio, alla ricerca di nuovi assestamenti è un fenomeno che genera
sicuramente una bella dose di ansia. E l’ansia tenderà ad ‘appoggiarsi’ da
qualche parte, a trovare un luogo comodo dove sistemarsi. L’aereo è proprio l’ambiente ideale per
accoglierla e contenerla. Lo è per alcune caratteristiche intrinseche che
possono renderlo meno user-friendly ai soggetti ansiosi: è un ambiente
chiuso, è sospeso a 10.000 metri di altezza, non si può scendere quando si
vorrebbe, determina la necessità di affidarsi perché non è possibile, in nessun
modo, controllare la situazione. Tutti ingredienti particolarmente indigesti
per i caratteri ansiosi. Dunque ci si trova, magari il giorno dopo essere stati
promossi ad una posizione gerarchicamente più importante, a soffrire della
paura di volare –mai avuta in precedenza – prodotta non da un evento
aeronautico, ma, ad esempio, dal proprio senso di inadeguatezza e dal timore di
non farcela a portare a termine i nuovi obiettivi che una posizione più
importante richiede. Ed anche nei casi in cui le persone ci narrano della paura
scatenata da un ‘brutto volo’, andando più a fondo si scopre che quel
particolare periodo di vita era contraddistinto da forti vissuti personali di
ansia e tensione. Magari lo stesso volo, in periodi differenti, non avrebbe
generato problemi. E, proprio a testimoniare l’influenza decisiva di variabili
del tutto slegate dal volo, può anche succedere che se quel particolare giorno
in cui devo volare, il sensore della mia autostima è particolarmente critico ed
il mio senso di efficacia personale è basso, avrò una maggiore sensazione di
vulnerabilità e fragilità personale che mi porterà a vivere il volo in modo
molto più sfavorevole rispetto ad una qualsiasi altra giornata. Può sembrare
strano e misterioso ma è tutto facilmente spiegabile ed interpretabile.”

I mezzi di comunicazione (vedi ad esempio il caso del bird strike di
cui hanno parlato recentemente) possono giocare un ruolo nel provocare o
peggiorare la paura di volare?
 
“Purtroppo si. Lo stesso grado di emotività che avvolge i
paurosi del volo quando raccontano delle loro esperienze aeronautiche sembra
pervadere i giornalisti quando scrivono di inconvenienti, incidenti o quando
riportano situazioni del tutto consuete nella fisiologia di un volo che, al
contrario, vengono descritte come eroiche, fortunate, sensazionali o
drammatiche. Se, ad esempio, uno dei
due piloti ha un malore durante il volo e l’altro lo sostituisce nelle manovre
di atterraggio (situazione provata e riprovata dai piloti al simulatore di
volo), la cronaca riporta che l’aereo è riuscito a portare a termine il proprio
volo per un atto di eroismo del secondo pilota, dimenticando che un aeromobile
prevede l’impiego di almeno due piloti proprio nella previsione di dover
fronteggiare anche situazioni del genere. La ‘riattaccata’, manovra attraverso
la quale nel momento in cui si sta per atterrare, si dà nuovamente potenza al
motore per riprendere quota viene costantemente descritta dai giornalisti come
drammatica o come ‘incidente’ evitato per caso, tralasciando il fatto che sia
del tutto normale e prevista in particolari situazioni – ad esempio una pista non libera – e che i
piloti vengano costantemente addestrati per eventi simili. Insomma, più che
sottolineare l’estrema sicurezza del settore aeronautico che prevede e dà vita
a processi e soluzioni per ciascun tipo di singolo inconveniente che può
avvenire a bordo, ci si sofferma sulla casualità, sull’estrema emotività. E ciò
non può non ripercuotersi su chi, a causa di un carattere particolarmente
ansioso, fa fatica ad interpretare il volo come un evento di estrema sicurezza,
grazie alle procedure che negli anni sono state studiate e messe in atto.
L’ansioso tende, invece, ad evidenziarne i caratteri di buona sorte e
casualità. Se in qualsiasi tipo di statistica l’aereo è sempre il mezzo di
trasporto più sicuro, un motivo ci sarà…”

Puoi raccontare un caso particolarmente emblematico che hai incontrato
nella tua attività di ‘psicologo del volo’?
“E’ da molto tempo che mi occupo
di paura di volare e posso assicurare che, praticamente sempre, le storie che
mi raccontano le persone che soffrono di questo grave disagio, sono molto
dolorose e non solo condizionano pesantemente i gradi di libertà individuale,
ma penalizzano sensibilmente la vita costringendo a scelte dolorose che hanno
poi pesanti impatti sull’autostima e sul senso del valore personale. Qualche mese fa, ho incontrato una giovane
coppia reduce da un viaggio di nozze a dir poco travagliato. Entrambi
venticinquenni, non avevano mai avuto paura di volare, anzi avevano fatto
parecchi voli, anche intercontinentali. La meta decisa per questo importante
viaggio era stata la Cina, ed il volo un Roma-Pechino. Francesco – i nomi sono
ovviamente di fantasia – aveva vissuto malissimo il volo, con un forte attacco
di panico a bordo che lo aveva spaventato a tal punto da fargli temere di poter
perdere il controllo ed impazzire. Inutile dire che, una volta in Cina, la
permanenza non aveva gratificato le aspettative che normalmente alimentano un
viaggio di nozze, e le due settimane erano state vissute da Francesco e Manuela
con una forte ansia anticipatoria verso il viaggio di ritorno. Dopo parecchi
tormenti, avevano deciso di cambiare mezzi di trasporto per tornare in Italia,
utilizzando nave, treni e non so cos’altro, impiegando moltissimo tempo e
spendendo parecchio denaro. Al ritorno, il senso di stima personale di
Francesco era, come si può immaginare, parecchio diminuito. Parlando con lui,
venni a conoscenza del fatto che il matrimonio con Manuela era stato vissuto
con un forte senso di costrizione e questo sicuramente aveva condizionato la
qualità del volo tanto da provocargli un attacco di panico. Indagate,
approfondite e sciolte le problematiche ‘di coppia’, la paura di volare è
‘magicamente’ scomparsa.”

© 2008 Luca Chittaro, Nova100 – Il Sole 24 Ore.