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Storytelling: Narrare la Tecnologia

Telefono ldb

Ieri ho partecipato alla seconda Venice Session organizzata da Telecom Italia presso il suo Future
Centre di Venezia
(la prima si era svolta lo scorso Novembre ed aveva visto fra gli altri l'intervento di Tim Berners-Lee e quello di Alessandro Baricco). A questa seconda sessione, erano presenti anche alcuni dei nomi piu’ noti della blogosfera che ne stanno iniziando a raccontare (i primi post che ho trovato sono quelli di Luca De Biase, di Luca Conti e di Massimo Mantellini).

Nel seguito cerco di ricostruire il messaggio del mio intervento.

Uno dei temi emersi nella sessione e’ stata l’importanza ed allo stesso tempo la difficolta’ del narrare la tecnologia. L’hanno sottolineato con particolare forza nei loro interventi Riccardo Luna (direttore di Wired Italia) e Massimo Banzi (inventore di Arduino).

Sono d’accordo, ma cosa c’e’ specificamente di difficile?

Non sono le tecniche di storytelling ad essere problematiche: non c’e’ bisogno di  inventarne di nuove, possiamo applicare quelle usuali (ad esempio, introdurre un problema, elaborarlo e poi risolverlo; disegnare attentamente il filo cognitivo su cui ad ogni istante mantenere l’attenzione dello spettatore; scegliere attentamente che cosa mettere sullo sfondo e cosa a fuoco; garantire continuita’ nelle transizioni fra i vari quadretti che disegniamo per non disorientare i fruitori del racconto,…). Ed e’ interessante in tal senso notare come nell’interaction design si ricorra alla narrativa (v. il metodo degli scenari) ed allo storyboarding tipico del cinema per progettare dei prodotti (software e/o hardware).

Un aspetto particolare pero’ del narrare la tecnologia che tende a sfuggire (sia che stiamo ideando un prodotto con la tecnica dello storyboarding, sia che stiamo scrivendo un articolo divulgativo per un mezzo d'informazione,…) e’ il controllo della “telecamera”, il decidere cosa inquadrare.

Possiamo inquadrare il dispositivo tecnologico: raccontare i materiali, la struttura, i circuiti, le prestazioni, le funzionalità,… E’ la prima cosa che viene in mente. E’ facile da fare e la si vede fare molto spesso, da vari media. Finiamo cosi’ per narrare le caratteristiche tecniche delle nostre estensioni/protesi cognitive. Ma se il racconto si focalizza su una protesi, il suo “prequel” e’ un’amputazione: c’e’ una vittima innominata che aleggia nel racconto ma ne e’ estromessa. Narrare il dispositivo, narrare la plastica, finisce per essere un racconto di morte mascherato sotto un coperchio di lucette sfavillanti.

Oppure possiamo inquadrare l’utente che sta usando il dispositivo. E la storia cambia: mentre il.dispositivo e’ sempre lo stesso, il mondo dei suoi utenti e’ un universo di diversita’. E se guardiamo l’utente, e come l’utente entra in contatto con la tecnologia, allora la tecnologia prende vita: il dispositivo diventa lo schermo su cui proiettiamo le nostre paure e desideri, solitudine e amicizia, il palco su cui mettiamo in scena la nostra vita mediata e spesso non meditata.  Gli strumenti che ci affascinano e come interagiamo con loro raccontano molto piu’ di noi di quanto crediamo.

Narrare la tecnologia da questo secondo punto di vista ha effetti che vanno oltre al suscitare qualche emozione in chi legge o ascolta. Come singoli e come societa’, diventiamo quello che raccontiamo. Se continuiamo a raccontare la tecnologia in termini di prestazioni, i progettisti si preoccuperanno di darci piu’ prestazioni; se raccontiamo la tecnologia come storia di utenti, i progettisti si preoccuperanno di come rendere quella storia piu’ avvincente, piu’ meritevole di essere vissuta.

© 2009 Luca Chittaro, Nova100 – Il Sole 24 Ore.