In diretta da Venice Sessions 5: Design the Future (prima parte)

Venice sessionsScrivo in diretta dalla Venice
Session 5
,  organizzata da Telecom Italia presso il suo
Future
Centre di Venezia
  (avevo raccontato precedenti Venice Session in questi vari pezzi: primo, secondo, terzoquarto
, quinto, sesto, settimo, ottavo). Il tema del meeting di oggi è "Design the future – Il design del futuro" e ciò che segue sono alcuni frammenti delle relazioni, che
raccolgo al volo e trasferisco qui in tempo reale.

Dopo l'introduzione di Luca De Biase, il primo relatore è Justin McGuirck, direttore di ICON Magazine
la rivista internazionale di design ed architettura, che apre
dicendo che la sua presentazione riguarderà il design come disciplina ottimistica. A differenza degli anni '60 dove il design di prodotto era focalizzato sull'introdurre nelle case i primi prodotti tecnologici che rendessero la vita migliore, nella società contemporanea dove abbiamo tutto, il design va a focalizzarsi sul desiderio. Piu' che nuovi oggetti, ora vogliamo nuovi sogni. Un'altra nuova dimensione del design è la sostenibilità: la società attuale vive nella paura di catastrofi ambientali o terroristiche che pero' ci fa scattare meccanismi difensivi (denial) con cui fingiamo queste minacce non esistano. Ma il designer ha la responsabilità anche etica di pensare agli effetti delle sue scelte. Ed un'altra novità è il Design di Servizi, che sposta l'attenzione dagli oggetti ad un contesto sociotecnico molto più vasto. Il design rimane un mondo nebuloso, che viene chiamato a sintetizzare tanti diversi obbiettivi ed attività. Cita Bruce Sterling che crede in un mondo di oggetti dematerializzati dove un'unico oggetto tascabile farà grazie a vari software tutto quello che adesso facciamo con una miriade di oggetti separati e dedicati. E gli oggetti dematerializzati saranno collegati fra loro attraverso l'Internet of Things. Il design del futuro sarà quindi l'Interaction Design, più che disegnare oggetti si disegneranno interazioni delle persone con la tecnologia e fra persone con la mediazione della tecnologia.

Segue Guta Moura Guedes
presidente di Experimenta, associazione di Design internazionale con base a Lisbona. Anche lei apre dicendo che dagli anni '60 ad oggi il mondo del design è cambiato radicalmente. Quello che stiamo vedendo agli inizi di questo XX! secolo è che il design è una disciplina che va al di là della creazioni di oggetti e può occuparsi di progettare il futuro. Un parametro del design che è cambiato radicalmente è la dimensione temporale, che è stata modificata dall'essere connessi dalla tecnologia. Un'aspetto unico del design è che deve mettere assieme un elevato numero di aspetti diversi (materiali, cultura, funzionalità, aspetti cognitivi, economici,..). Secondo lei, questo è il momento ideale in cui dobbiamo mettere assieme i creativi con gli economisti.  Stiamo diventando capaci di fare design di corpi umani, di immergere tecnologie dentro il corpo umano. Il design è in grado di creare innovazioni sociali, connessioni sociali. Ed anche lei cita Bruce
Sterling
e si dichiara ottimista sul futuro: vogliamo sopravvivere e quindi fonderemo la miriade di attuali scenari indipendenti in una visione unica. Auspica che si inizi ad insegnare il design ai bambini come disciplina per cambiare la società e sta conducendo delle sperimentazione didattiche in tal senso.

E' il turno di Aldo Colonetti, direttore scientifico dell'Istituto Europeo di Design e della rivista di design Ottagono. Il design è il linguaggio della differenza. Come insegna a lezione, e' un insieme di discipline in grado di concretizzare un individuo tecnico. Non sono solo soluzioni ed aspetti funzionali. Per fare il designer, bisogna essere umili ascoltatori e conoscere la cultura industriale. L'industria non è solo un luogo strumentale come si tende a ritenere in Italia. Ad esempio, nel miglior periodo dell'industria Olivetti, il design era
strutturale, la forma come comunicazione.Il design non deve essere un
mero insegnamento accademico, è la produzione di valore.Sottolinea come
il linguaggio che usa nel suo intervento è quello della "vecchia scuola"
del design, che si esprime diversamente dalla nuova generazione di
designer (NdR: forse rappresentata dai precedenti due relatori?). Le piccole e medie aziende italiane hanno ora bisogno dell'aiuto dei designer perchè gli serve ad andare nel mondo. C'è tanto da fare non solo dal punto di vista teorico ma pratico e produttivo. Prendete l'esempio della domotica, su cui l'Italia è particolarmente attiva: c'è un mercato potenziale enorme ma la creazione dei sistemi da inserire nelle case non può essere affrontata da una prospettiva puramente tecnologica. Dall'altro canto, le aziende di design gli chiedono spesso: "hai sottomano un nuovo prodotto?". I due mondi devono parlarsi. I designer devono andare nelle aziende e nei cantieri.

Ha inizio la pausa caffè. Mi viene in mente la nota "definizione" della parola design data dello studioso di storia del design John Heskett: "Design is to design a design to produce a design", che intende evidenziare come la confusione su che cosa sia il design abbia origine dalla parola stessa, che è allo stesso tempo sostantivo e verbo ed inoltre ha significati multipli (come verbo può voler dire disegnare, progettare, ideare, etc.).

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© 2010 Luca
Chittaro, Nova100 – Il Sole 24 Ore
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